“Non ho mai parlato di questo, ma è arrivato il momento.” Così Ruby Rose ha rotto un silenzio durato quasi vent’anni. L’attrice australiana ha scelto Threads, un social emergente, per raccontare un episodio che ha segnato la sua vita in modo profondo e doloroso. Era una serata qualunque a Melbourne, in un locale affollato, circondata da amici. Ma quella notte si è trasformata in un incubo, fatto di violenza e manipolazione, una ferita che Ruby ha tenuto nascosta fino a oggi. La sua testimonianza, diffusa rapidamente sul web, smuove una verità finora taciuta e scuote le coscienze.
Ruby Rose ha descritto una serata allo Spice Market, un locale noto di Melbourne, dove, secondo lei, Katy Perry avrebbe compiuto un gesto terribile e inaspettato. Contrariamente a voci e leggende su un loro passato, Ruby esclude qualsiasi momento consensuale o piacevole tra loro. Racconta di essersi trovata improvvisamente vittima di un’aggressione: “Non mi ha baciata. Mi ha visto ‘riposare’ sulle ginocchia della mia migliore amica, si è chinata, si è spostata la biancheria intima di lato e ha strofinato la sua disgustosa vagina sulla mia faccia finché non ho spalancato gli occhi e ho vomitato su di lei”. Una descrizione cruda, che rende chiaro quanto quella non fosse una bravata, ma una vera violenza fisica e psicologica. Tutto è successo davanti a un gruppo di amici, in un luogo pubblico, lasciando un segno indelebile.
Il fatto che l’aggressione sia durata abbastanza da provocare una reazione fisica così forte e un trauma profondo spiega perché Ruby abbia tenuto tutto dentro per così tanto tempo. Solo ora, a quarant’anni, si sente pronta a raccontare pubblicamente questa storia. È la conferma che il peso di una violenza sessuale può segnare la vita, soprattutto se l’aggressore è qualcuno conosciuto e influente.
Quando le è stato chiesto perché non abbia mai sporto denuncia, Ruby ha spiegato di non essersi mai sentita pronta a affrontare un iter legale. Ma c’è di più: si è trovata in una situazione complicata perché Katy Perry, dopo l’episodio, l’avrebbe aiutata a ottenere il visto per lavorare negli Stati Uniti. Un legame fatto di dipendenza e riconoscenza che ha bloccato Ruby, impedendole di reagire. “Ho raccontato questa storia in pubblico, ma l’ho trasformata in una ‘storiella da ubriachi’ perché non sapevo come affrontarla”, ha ammesso.
Ruby ha anche sottolineato come la manipolazione psicologica fosse una delle armi di Katy Perry in quel rapporto. La paura di ripercussioni, sia legali che emotive, l’ha spinta a non denunciare formalmente. Ora dice di non voler tornare indietro su quella decisione, e non crede che Katy Perry lo farà. Secondo Ruby, la sua versione è supportata da testimoni e prove fotografiche, ma il timore di trasformare un dolore personale in un processo pubblico ha sempre prevalso.
Questa storia mette in luce le difficoltà di chi subisce violenze nel mondo delle celebrità, dove rapporti di potere, dipendenza emotiva e opportunità di carriera complicano spesso la possibilità di parlare. Il lungo silenzio di Ruby è il segno di un trauma profondo e di un percorso difficile da affrontare.
Per ora Katy Perry non ha parlato direttamente, ma il suo staff ha diffuso un comunicato attraverso Billboard, smentendo con forza ogni accusa. Nel messaggio si parla di “accuse categoricamente false” e si definisce pericoloso e irresponsabile ciò che Ruby ha detto. Si ricorda inoltre che l’attrice australiana avrebbe già mosso in passato accuse simili, poi smentite.
Così si apre un confronto pubblico acceso, che si sta consumando soprattutto sui social e sui media di spettacolo. Da una parte c’è la testimonianza di chi ha taciuto per anni; dall’altra, la netta negazione di chi viene accusato, con l’obiettivo di salvaguardare la propria immagine.
Il pubblico si divide, con dibattiti accesi su responsabilità, potere e gestione delle accuse in un ambiente così esposto come quello dello spettacolo. La vicenda richiama l’attenzione sulle difficoltà di denunciare abusi in un mondo dove fama e carriera pesano tanto quanto la giustizia.
Il caso resta aperto, ma già spinge a riflettere sul peso del trauma e sull’importanza di ascoltare chi decide di rompere il silenzio dopo anni di sofferenza nascosta.
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